COME USIAMO LE PAROLE?

COME USIAMO LE PAROLE?

Forse non tutti siamo consapevoli del potere forte ed incisivo delle parole che usiamo, della loro portata emotiva, dei significati sottostanti e dell’importanza della loro scelta, della collocazione in una frase, dell’esprimere un concetto al negativo o in positivo, …

Il nostro linguaggio crea dei mondi, fa apparire immagini nella mente di chi ci ascolta, ne accarezza il pensiero e può anche influenzarlo, ha il potere di dare sollievo o, al contrario, di causare ansia e preoccupazione, riesce a rendere felice qualcuno o provocare sconforto, a dare speranza o disillusione,…

Quindi, facciamo attenzione a ciò che diciamo e a come lo facciamo, con che tono, mimica, sguardo, ecc., perché la comunicazione è qualcosa di molto complesso di cui parleremo ancora in un prossimo articolo. Per ora, rimaniamo nel campo delle parole.

Cosa mettiamo dopo il “ma” o il “però”?  

Pensiamo al linguaggio quotidiano, ad esempio se si parla di un insegnante o di un allenatore sportivo e si dice: “È bravo, però è severo!” su cosa ci focalizziamo? Sulla severità che, dopo il però, apparirà con una connotazione negativa. Mentre se dicessimo: “È severo, però è bravo!”, l’accento rimarrebbe sul fatto che è bravo e la sua severità resterebbe in secondo piano, perdendo anche un po’ la connotazione negativa.

Se un genitore dice al proprio figlio: “È vero che ti sei impegnato, ma non sei riuscito nel compito in classe”, sta sottolineando l’insuccesso, il brutto voto, mentre se gli dice: “Non sei riuscito nel compito in classe, ma è vero che ti sei impegnato”,sta valorizzando appunto l’impegno, nonostante la prova negativa ed il messaggio ha un altro valore per l’autostima del ragazzo.

Sembrano sottigliezze – in fondo le componenti delle frasi sono le stesse ed è solo invertito il loro ordine -, ma non lo sono, come abbiamo visto, perché ciò che cambia è il significato, cioè il cuore della comunicazione.

Siamo consapevoli di ciò che diciamo?

Tutti noi siamo sensibili in un modo sia consapevole, sia, spesso, inconsapevole, a ciò che ci viene detto, al senso ed al contenuto sottostante, magari espresso in modo involontario da parte di chi ci parla, ma che può far risuonare in noi altri significati che toccano corde delicate…

Pare che, nella lingua italiana, abbiamo appreso l’abitudine di esprimerci spesso in modo negativo: pensiamo ad esempio alle regole, alle raccomandazioni che si fanno ai bambini, all’abitudine alla lamentela verso ciò che non ci piace, che non vorremmo, invece di focalizzarci su ciò che desideriamo, sui nostri obiettivi… Molte di queste comunicazioni contengono dei “non”: “non fare…”, “non andare…”, “non dire…”, “non voglio più…”, “non mi piace…”, “non sopporto più…”, ecc. e questi messaggi, inevitabilmente, passano da persona a persona, dagli adulti ai bambini e fanno leva più sul timore che sulla fiducia, sull’ansia di sbagliare più che sulla possibilità di riuscire, sul senso di impotenza più che sulla percezione di poter migliorare le cose…

Con i bambini…

Il nostro modo di parlare, il lessico che usiamo, il tipo di frasi che diciamo fanno parte del nostro repertorio culturale, famigliare, personale, professionale, relazionale e spesso non siamo nemmeno consapevoli di alcune caratteristiche della nostra comunicazione verbale, né di quanto possa incidere nelle nostre relazioni e nei nostri atteggiamenti educativi.

I bambini, lo sappiamo, assorbono come delle spugne tutto ciò che fa parte del loro mondo quotidiano, fanno propri, per imitazione e per fiducia, i comportamenti ed il modo di parlare di chi appartiene al loro ambito famigliare, in particolare dei genitori. Perciò l’uso di frasi tipiche, di un intercalare ripetitivo, di parole ricorrenti (quindi anche di parolacce o bestemmie…), nel bene e nel male viene interiorizzato e diviene parte del loro modo di esprimersi in un intreccio complesso e per lo più inconsapevole di immedesimazione e rispecchiamento.  

Messaggi in positivo…

In un precedente articolo – dal titolo “Positività: è meglio impostare ogni cosa al positivo…”, che trovate nella sezione “Pedagogia quotidiana per genitori” (che potete leggere o rileggere) ed anche negli articoli sulle regole, sempre nella stessa sezione – avevo già affrontato questi aspetti.

Ad esempio, ad un bambino che sta imparando ad andare in bicicletta, o che sa andarci e fa lo spavaldo spericolato, invece di dire: “attento con quella bici, che cadi…” – e fargli così immaginare se stesso mentre cade, rendendo più probabile che ciò accada – sarà meglio dirgli: “tieni bene le mani sul manubrio, guarda bene davanti a te…”, così da dargli l’indicazione utile, l’idea di ciò che è bene che faccia, l’immagine a cui riferirsi per adeguare il suo comportamento nel modo migliore.

Con i bambini è importante tener conto di questi aspetti, per creare nella loro mente l’idea di ciò che vorremmo da loro, di ciò che va bene fare, invece di renderli insicuri dando loro messaggi posti al negativo o di o di rischiare, da parte loro, delle reazioni oppositive che, in genere, possono venire provocate dai divieti.

È più probabile che ci ascoltino e che, a loro volta, si abituino a comunicare con noi in modo positivo ed efficace anche le loro richieste e le loro critiche, in uno scambio sereno e costruttivo di opinioni.  

17 febbraio 2019

Vi lascio il link ad articoli collegati:

http://www.educazionequotidiana.it/pedagogia-quotidiana-per-genitori/saper-ascoltare-unarte-che-va-ritrovata-e-coltivata/(si apre in una nuova scheda)

http://www.educazionequotidiana.it/pedagogia-in-pillole/il-senso-delludito-sentire-e-ascoltare/(si apre in una nuova scheda)

Ecco il link all’articolo che vi ho citato: